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Nella testa del giocatore: motivazioni e abitudini degli 800mila ludopati italiani

In Italia sono circa 800.000, ma se li chiami con il loro nome non si girano. Almeno non nel 97% dei casi. Stiamo parlando dei ludopati, le persone afflitte dal disturbo riconosciuto come gioco d’azzardo patologico.

LIVORNO — Nel fiorente mercato del gambling esistono clienti che non sanno controllarsi e finiscono con il compromettere le loro finanze in puntate sbagliate ed esagerate.

Diverse ricerche hanno portato a intuire il loro numero approssimativo, ma fare una stima esatta è impossibile. Proprio per il fatto che l’ultimo passo del ludopate è riconoscere la propria condizione. Un’ammissione che arriva quando in genere è troppo tardi, e negare l’evidenza è ormai impossibile. Le cause possono essere molteplici, ma alcuni dati possono aiutare ad azzardare qualche ipotesi. Per esempio, il fatto che la metà dei disoccupati ha un problema con le scommesse è significativo. A volte si azzarda perché ciò che si ha da perdere è talmente poco da voler rischiare tutto. La speranza è una rivincita economica e sociale che si traduce spesso in ulteriori difficoltà finanziarie e psicoemotive. Ma come sempre, la consapevolezza arriva qualche istante dopo aver speso l’ultimo centesimo.

Più rari i casi in cui si inizia a giocare per noia, finendo poi con l’aumentare entità e frequenza di puntata per ritornare a provare il brivido dell’azzardo. Questo non significa che non succeda, se è vero che il 25% delle casalinghe ha qualche problemino con il gambling (dichiarato o meno). In tutti i casi studiati la componente del tempo libero a disposizione pare significativa. Pensionati e studenti, così come disoccupati e casalinghe, sono considerati tra le “fasce più deboli della popolazione” quando si parla di GAP. Non per niente i vari distanziometri previsti dalle nuove legislazioni locali hanno come obiettivi principali scuole e ospedali. Che sono poi anche i luoghi privilegiati per incontri in cui si analizza a fondo la questione, nella speranza di dissuadere eventuali giocatori futuri o redimere chi dovesse aver già intrapreso la strada del gioco compulsivo. A volte può bastare la frase giusta al momento giusto per interrompere o prevenire settimane di crisi psicologica. In Italia, come illustra l’infografica pubblicata da Giochidislots.com, dei 16 milioni di giocatori d’azzardo, l’80% non è a rischio, il 16% ha un rischio moderato di divenire patologico, mentre il restante 4% rientra nella fascia dei ludopati.

La ludopatia infatti si manifesta spesso in uno stato di profonda angoscia. Il giocatore non può fare a meno di puntare e di sperare di vincere, ma al tempo stesso non vive bene la sua situazione. È scontroso, spesso rovina il proprio rapporto in famiglia e in alcuni casi (quando ne ha una) la vita lavorativa, preso nel vortice del gioco. Il comportamento di dipendenza è stato paragonato all’abuso di droghe o di alcool: in fondo si sa che fanno male, ma non si smette mai. Né si ammette l’importanza del problema, nella maggior parte dei casi.

Intanto la filiera del gioco d’azzardo sfrutta queste sensazioni per incrementare i propri introiti, con un volume di gioco che ha tocca i 95 miliardi di euro nel 2016 dopo essersi fermato a 88 nel 2015. I giocatori italiani perdono in tutto sui 20 miliardi di euro, dei quali la metà entrano nelle casse dello Stato sotto forma di tassazione. Da questo dato esce un’altra scomoda verità: in fondo al governo centrale la ludopatia fa abbastanza comodo. E l’attendismo legislativo sulla questione azzardo lo dimostra. A tutelare i giocatori devono essere i giocatori stessi, con l’aiuto (quando presente) dei governi locali. Ma quando si gioca per disperazione nella speranza di uscire da una crisi finanziaria, guardare la propria situazione con lucidità è ai limiti dell’impossibile. Tutto pane per i denti della filiera, rimpinzata a dovere dai risparmi dei cittadini.

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